LR24.IT (A. CIARDI) - Nel Paese del nepotismo, delle raccomandazioni e delle lobby professionali, i bravi riescono ancora a emergere. Devono sgomitare perché non hanno la pappa pronta, devono combattere gli incapaci e gli invidiosi che armano i ruffiani che per conto loro mettono in circolo maldicenze e ombre cinesi, ma alla fine arrivano. Perché la meritocrazia esiste. E ieri Gian Piero Gasperini ha scritto un nuovo capitolo del libro sulla sua carriera e sulla meritocrazia che ora andrà esaurito anche a Roma. Perché finalmente lo hanno capito tutti di che pasta sia fatto questo allenatore. Che ci fosse odio sportivo nei suoi confronti era legittimo. Che provassero a mettergli il bastone fra le ruote mentre lavorava è stato un tentativo ridicolo perché quando lui lavora travolge tutto e tutti, soprattutto chi rema contro, esaltando e valorizzando chi lo segue.
Qualificazione con il Genoa in Europa League, cinque partecipazioni con l'Atalanta in Champions League, un'Europa League vinta demolendo, tra le altre, Liverpool e Leverkusen. Eppure c'è stato chi ha messo in discussione persino le sue scelte. Il più classico dei "è venuto a Roma a fa' er fenomeno", perché a causa della rosa incompleta, era costretto a sperimentare in campo, perché lo disse a fine agosto, "dovrò allargare la rosa provando a sfruttare tutti quelli che ho a disposizione", e per questo abbiamo visto Baldanzi riferimento offensivo, quando nel girone di andata (sembrano passati tre anni e non sei mesi) Ferguson (ve lo ricordate Ferguson?) e Dovbyk alternavano rendimento scadente a sedute dal fisioterapista. Abbiamo visto Pellegrini giocare da esterno offensivo. Abbiamo visto persino Zaragoza. Gian Piero Gasperini. Non Giampié, perché Roma gli è entrata dentro e lui ne sta facendo tesoro, ma alla fine di questa splendida stagione possiamo dire che la Roma sta piano piano diventando a sua immagine e somiglianza, e non il contrario. Perché Roma per esaltarsi ha bisogno da sempre, nel calcio, dei forestieri. Quelli che fanno storcere il naso ai ministeriali del calcio, quelli che credono che tutto gli sia dovuto per militanza o giro di amicizie giuste.
Gasperini ha messo in discussione e poi demolito il sistema proprio quando sembrava pronto a finire in cronaca nera nei panni dell'ennesima vittima sedotta, accolta più o meno bene, e fatta fuori dopo mesi di sevizie. La sua Roma torna in Champions League. Perché se ci pensate l'Inter ha l'organigramma dirigenziale migliore, e infatti vince lo scudetto un anno sì e un anno no. Il Napoli ha un padre padrone presente, a volte ingombrante, che dopo anni di apprendistato ha capito come fare calcio in modo sostenibile e redditizio. Il Como è la dimostrazione che i soldi se sono abbinati alle idee giuste producono capolavori. Poi ci sono i club dilaniati dai problemi interni. Juventus e Milan falliscono miseramente la stagione non soltanto per limiti tecnici e limiti dei tecnici, ma perché hanno in questo momento i peggiori quadri dirigenziali della loro storia. Anche la Roma ha (avuto) mille problemi interni. Quanto accaduto prima di Roma-Pisa resta ancora, apparentemente, un mistero insoluto. Mentre invece è stato il bubbone che non riesce più a trattenere sotto pelle ciò che esplode.
Nel momento di allarme rosso, Gasperini ha imposto il suo metodo. Riuscendo in un'impresa che vale più del terzo posto: ottenere fiducia dalla proprietà nel momento in cui i suoi predecessori erano stati sepolti vivi. Lui ce l'ha fatta. Fiducia della proprietà, fiducia del gruppo squadra, fiducia dei tifosi, che potranno anche non amarlo mai, ma non sono coglioni da farsi abbindolare da chiacchiere e maldicenze sparse ad arte da inizio stagione, e hanno capito più o meno tutti che Gian Piero Gasperini è la cosa migliore che potesse capitare alla Roma.
In the box - @augustociardi75




