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Sir Claudio, De Rossi e Totti: troppo romanisti per Trigoria

24/04/2026 alle 11:23.
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I Friedkin non cacciano soltanto allenatori, dirigenti o consulenti. A ormai da anni, sembrano avere un problema più profondo: il rapporto con le figure che dentro li Roma rappresentano qualcosa di più di un ruolo. Le bandiere, i simboli, gli uomini che per storia o per impatto emotivo diventano un pezzo di romanismo. E alla fine, quasi sempre, vengono accompagnati alla porta dai proprietari americani. Troppo grande il nome, ingombrante l'aura e il sentimento che riescono a spostare, per farne il cardine della Roma made in Usa. L'ultimo capitolo di questa lunga storia di dissapori con il romanismo porta il nome di Claudio Ranieri. (...) E successo anche con Daniele De Rossi, l'uomo che più di chiunque altro incarnava l'idea di continuità tra campo, panchina e appartenenza. Preso per far dimenticare in fretta l'addio fragoroso di José Mourinho, esposto come il futuro della Roma, caricato di significati che andavano oltre il mestiere di allenatore, De Rossi è stato cacciato dopo nove mesi. Un rapporto consumato in fretta, come se quel peso simbolico fosse utile all'inizio ma scomodo da gestire sul lungo periodo. Ancora più rumoroso è il vuoto lasciato attorno a Francesco Totti. Il simbolo per eccellenza, la bandiera più importante della storia della Roma. Mai davvero considerato come un valore aggiunto da riaccogliere a Trigoria. Snobbato per anni e riapparso solo negli ultimi mesi come uomo di rappresentanza per il centenario. Alla stregua della mascotte Romolo. E poi c'è Mourinho, che non nasce bandiera romanista ma in meno di due anni era riuscito a diventare un idolo, capace di legarsi alla pancia della città come pochi altri. (...) Quando però il simbolo cresce, si allarga, diventa autonomo e rischia perfino di contendere centralità alla proprietà, allora scatta la rottura. De Rossi, Totti, Mourinho. Ranieri forse è l'eccezione. I Friedkin non gli hanno perdonato quell'uscita pubblica prima di Roma-Pisa. A maggio la curva sud lo definiva "un grande romanista".

(La Repubblica)